Venerdì 25 aprile 2025
“Infaticabile e severo, ma anche promotore di una coesione preziosa”
Istruttore nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico ma anche pilastro dell’elisoccorso trentino, oltre che membro della Scuola Nazionale Tecnici e vicedirettore della Scuola Nazionale Forre. Un professionista che aveva alle spalle un’esperienza mastodontica, condivisa con gli altri attraverso la severità dell’insegnante e l’umiltà propria di chi è altresì “maestro” nel creare rapporti umani autentici, che vadano al di là delle differenze. È questo il ritratto di Oskar Piazza emerso dalle voci dei tanti soccorritori trentini che lo hanno conosciuto, ad ormai dieci anni dalla sua scomparsa.
Era infatti il 25 aprile 2015 quando un violento terremoto di magnitudo 7.8, con epicentro a circa 34 km da Lamjung, sconquassò il Nepal, provocando la morte di circa 10.600 persone. Fra queste vittime, anche quattro italiani, impegnati in due diverse spedizioni: i trentini Renzo Benedetti e Marco Pojer, la marchigiana Gigliola Mancinelli e il nostro Oskar Piazza.
«Tanto di quello che so oggi lo devo espressamente a lui. – racconta Piergiorgio Vidi, direttore della Scuola provinciale del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino – Quand’ero molto più giovane, facevo il direttore delle Guide Alpine a Madonna di Campiglio e ricordo che mi aveva chiesto di entrare nel gruppo dei tecnici di elisoccorso. In un primo momento ero reticente, ma quando finalmente vi riuscii, Oskar continuava a ricordarmelo, in modo quasi paterno, come a dire “Visto? Cosa ti dicevo? Guarda dove sei arrivato ora!”».
Un padre, dunque, un fratello maggiore: sempre pronto a condividere le parole giuste, anche se a volte di rimprovero.
«Ma i suoi rimproveri erano onesti e leali, per questo non suonavano mai come tali. – prosegue Vidi – Ricordo che quando io e Roberto (Misseroni, ndr) abbiamo fatto le selezioni da istruttori nazionali del Soccorso Alpino e Speleologico, Oskar ci ha supportati in tutto, preparandoci al meglio».
Anche Roberto Misseroni, oggi direttore della Scuola Nazionale Tecnici, ricorda quel periodo. «L’avevo conosciuto durante un corso, sempre legato al Soccorso Alpino e Speleologico, – racconta – e mi aveva fin da subito colpito per il suo modo di porsi. Era una figura imponente, che all’inizio poteva incutere timore, ma una volta sciolte le riserve si scopriva un suo lato umano di enorme spessore. La sua voglia di creare un gruppo di persone che si confrontasse e condividesse esperienze era ammirevole e ha fatto sì che tecnici come me, Mauro (Mabboni, ndr) e Piergiorgio diventassimo sempre più preparati, mettendo in pratica ciò che imparavamo. In Massimiliano Zortea poi, il più giovane del gruppo, aveva individuato quasi un fratello minore da “allevare”, molto più ubbidiente di noi altri, per certi versi. Quando purtroppo Oskar è venuto a mancare, proprio Zortea è stato, a mio avviso, il più adatto a prenderne il testimone. La nostra base di elisoccorso era davvero un punto di riferimento per l’epoca, anche e soprattutto a livello nazionale».
«Oskar era riuscito nel suo intento, – continua Vidi – ovverosia quello di tenere insieme più persone fra loro diverse. In “famiglie” come quella del Soccorso Alpino e Speleologico è facile che tanti individui, tecnicamente alla pari perché bravi e preparati, tendano allo stesso tempo a far emergere un ego spigoloso, che mal si concilia con quello, altrettanto appuntito, degli altri. Oskar provava a fare da collante fra tanti diversi “galletti”. E ci riusciva».
Di quell’ultimo viaggio in Nepal, Misseroni ricorda bene le settimane precedenti. «Oskar, come sempre, aveva fame di organizzare, mettersi in gioco ed innovare. – spiega – Così, prima che partisse, ci eravamo a lungo parlati, perché avevamo sempre tanti progetti in cantiere. Stavamo organizzando delle prove e dei test per nuovi materiali da utilizzare sulla neve e mi ricordo il suo entusiasmo e la sua voglia di fare, nonostante fosse in procinto di partire di lì a pochi giorni. Organizzare una spedizione e parallelamente occuparsi di altri progetti con il Soccorso Alpino e Speleologico era difficile, ma lui ci riusciva alla perfezione, tenendo insieme le redini di ogni cosa. Dunque aveva già impostato il lavoro da portare avanti al suo rientro».
Oskar d’altronde era così, «instancabile anche se stanco, – prosegue Misseroni – come quella volta in cui, durante un appuntamento formativo in Centro Italia, aveva trascorso gran parte della nottata a scrivere appunti e testi al pc, finché non si era addormentato. Il mattino dopo, al mio risveglio, nella camera d’albergo che dividevamo, l’avevo ritrovato a dormire ancora vestito e con il computer aperto, tant’è che l’avevo un po’ preso in giro, dicendogli che “faceva la guardia attiva praticamente tutte le notti”».
Di quel 25 aprile 2015, il Soccorso Alpino e Speleologico Trentino porta ancora i segni. «Il giorno dell’incidente ero in elisoccorso – ricorda Vidi – e, una volta saputo ciò che era successo, abbiamo cercato di attivarci tutti quanti per andare a prenderlo e, in generale, per aiutare. Il mio passaporto ad esempio era scaduto e ricordo che ero corso in questura per farmelo rinnovare nel giro di un paio d’ore. Alla fine si è deciso di mandare in Nepal Massimiliano Zortea e Franco Nicolini, insieme a Piergiorgio Rosati e con Gianpaolo Corona già sul posto, ma ci siamo attivati veramente tutti quanti».
Alla domanda su che cosa manca di Oskar oggi, a dieci anni di distanza, la risposta è unanime. «Il suo modo imperativo ma sempre propositivo di trasmettere conoscenza. Era una persona altruista, anche nell’insegnamento, non solo nelle operazioni di soccorso: il desiderio che lo animava era quello di far crescere gli allievi, fornendo loro gli strumenti e l’esempio. Ma soprattutto, quello che ci è mancato e che ci manca ancora, è la coesione che riusciva a creare: non lasciava passare troppo tempo dopo un’incomprensione e trovava sempre il modo di parlare delle questioni e dei problemi che emergevano. Proprio nel momento in cui è venuto a mancare, ci siamo accorti di quanto fosse preziosa questa sua dote».


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